Recensione di Sesso erba e disastri vari apparsa sulla rivista “Araba Fenice”

Vi presento questa nuovissima recensione di “Sesso, erba e disastri vari”, pubblicata sulla rivista “L’araba Fenice”

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RECENSIONE sul LIBRO
“SESSO, ERBA E DISASTRI VARI”
DI FEDERICO CALAFATI

a cura del Presidente dell’Araba Fenice Magna Grecia
Eliano Bellanova

L’Autore Federico Calafati riscopre il valore intrinseco ed estrinseco della conversazione. La conversazione che avviene dapprima all’interno di una casa, di un condominio, dove “si agitano” due personaggi-protagonisti: Liam e Blaine.
Essi “tramano” per un film, perché la loro conversazione è intrisa di effetti cinematografici.
Liam e Blaine sono due “stranieri” che scoprono affinità ed interessi. A metà strada fra l’artista, che non sa se “la mia roba sia buona o no, e sono venuto qui per scoprirlo…”. … una specie di “densità” da bohémien, senza alcun manierismo classico. Liam è un artista, dipinge. Blaine un cantante in cerca di una sua “dimensione”. Entrambi hanno problemi per il quotidiano vivere, qualcosa a cui si sentono quasi estranei, ma che, comunque, devono affrontare.
Entrambi convivranno in un ristretto appartamento, dove è problematico anche l’uso dei servizi. Attenderanno alle loro pratiche con pazienza, sperimentando un particolare “falansterio”, dove tutto deve bastare a tutti.
I due escono e si ritrovano per strada nell’incantesimo della vita, quella vita che nelle città odierne va assumendo il carattere dell’isolamento e della difficoltà comunicativa.
La prima sera andranno al Dexter, un locale per musica dal vivo, dove Blaine spera di dare sfogo alle sue aspirazioni artistico-musicali, formando una band.
L’amico si incuriosisce e vuole sentirlo “dal vivo”, così come l’altro vuole vedere i suoi quadri: un punto di incontro artistico… non certo casuale.
Al Dexter… l’incontro con una ragazza rende più interessante la serata. La ragazza presenta una totale disinibizione, ma è fidanzatissima e Liam se ne dispiace e ne prende atto.
Lo scambio di numeri corona quel che si dice il “piano B”, ovvero l’alternativa, quella che ha sempre attratto il genere umano, volenti o nolenti. È Marley… “ragazza-poco-seria-che-però-finge-benissimo-di-essere-seria”.
Al ritorno la sorpresa, come in una commedia latina, dove i personaggi appaiono e si intrecciano senza un apparente nesso logico, che, invece, c’è sempre.
L’Autore vede questo in modo “diverso” e rivive gli attimi come se partecipasse alla scena: non si disgiunge mai, infatti, dalla sua presenza attiva: un modo reale di essere “realmente” scrittori, senza la pur minima intenzione di fare sterile accademia, poiché egli preleva dal “quotidiano vivere” e dalle sensazioni “comuni ed estese”, la linfa per un esame psicologico profondo dei personaggi, non facendo pesare la cosa sul lettore, ma “propinandola” con grande semplicità discorsiva e descrittiva.
Al ritorno ecco che si scopre un personaggio nuovo e sconosciuto “al femminile”: Jessa, una coinquilina inattesa.
La serata finisce in baldoria, finché non appare come dal nulla Hannah, fidanzata di Liam, che si risveglia intontito. Una cugina aveva “tradito” ed aveva fornito l’indirizzo… un caso forse imprevedibile, come imprevedibile è la vita quando si rivela nella sua essenza profonda.
La rivelazione dell’identità si ha nella conversazione di natura cibo-sessuale fra i personaggi, a cui ognuno partecipa con metafore a volte apparentemente disgiunte e “disorganiche”, ma intense.
Jessa è la ragazza disinibita, disposta ad andare in giro nuda per essere se stessa: non è solo una nudità reale, ma virtuale, dove la ricerca del “diverso parallelo” sembra portare i personaggi nell’etere extra-terrestre in cui i sensi si incrocino e si annullino, mentre Hannah costituisce la realtà, la donna reattiva che agisce sulla scia del quotidiano vivere, con tutti i problemi “prosaici” che esso comporta. Non è “cosa” per artisti, ma per uomini “abitudinari”.
La casa di Ellie è invece la casa dell’apparente pace dei sensi. Ellie è la zia di Liam, che vuole offrire la torta al nipote ancora sconvolto.
Il prosieguo si tinge di giallo, quando si scopre che anche la “borghesia” pecca, al di là del suo “smanceroso” ottimismo sulla vita, che, con il suo volgere, è capace di mettere in crisi il “castello” di ogni giorno.
Federico Calafati intravede nella vita l’irrazionalità intima, il divenire continuo, la trasformazione dell’essere, il quale costituisce “ribellione”, virtù, fuga dal mondo, amore per lo spettacolo tradotto in quadri che si “stagliano” dalla “crudeltà” delle vicende umane per compiere una loro sublimazione, per pervenire in un universo catartico, dove non ci sia posto per pregiudizi comuni e per “borghesismo” a buon mercato, dove, comunque, le vittime vorrebbero essere protagonisti.
La realtà dell’essere reale si scontra con la realtà convenzionale, con le menzogne della vita quotidiana, con l’ipocrisia “patrizia” e perfino con il sesso-dovere.
Esprimendo un parere estremamente personale, dal mio punto di vista Federico Calafati estrae dalla realtà falsa l’uomo per condurlo nella sua dimensione reale, dove “è silenzio è tenebre” l’universo “perfetto” e mai perfettibile.
Il libro si presta ad una fiction cinematografica di grande effetto, con attori “particolari”, che sappiano vivere l’intensità dei personaggi che rappresentano, lasciandosi coinvolgere completamente nel “magma” imperante dell’humus della vita.
La vita quotidiana non è da giudicare ”pro tua facilitate et humanitate” (secondo la tua cortesia e bontà o umanità), ma in base ad uno spiccato senso critico, che, se non riusciremo a trasferire nelle espressioni “morali”, dovremo veicolarlo verso i quadri “pittorici” dello scrivere, che sanno trasmettere la valanga della montagna in silenzio ed il rumore dei fiumi come fossero “torrenti sotterranei”. E l’uomo in fondo ama il rischio “per mala preceps fertur” (si lancia fra i pericoli) e vuole sottometterli, in un gioco “istintuale” in cui il sentimento non è mai messo a tacere.
Federico Calafati scrive infatti con sentimento, tant’è che in lui viaggiano i contrastanti sentimenti dell’apparire e dell’essere, ed egli vuole sconfiggere l’apparire per… “essere”.
Messo a nudo, l’uomo è sempre inquietante, sfugge alle definizioni convenzionali “buono, cattivo, bello, brutto”. Tali definizioni sono restrittive e sintesi di un’ipocrisia dilagante, che solo l’artista (quello vero) sa “sottrarre” all’universo del nulla imperante e che, paradossalmente, diviene sistema.
Nel suo “paradosso”, l’Autore distingue fra ciò che è ed appare e ciò che è nascosto “dietro l’angolo”.
… I suoi personaggi sono “nascosti dietro l’angolo” e scalpitano per imporsi all’attenzione di chi, per finzione acquisita, stenta a catalogarli come “normali”, poiché, in sostanza, la normalità non esiste, se non come alienazione del genio e dell’arte.

Sesso, erba e disastri vari

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